Mer. Ott 5th, 2022

Secondo Italo Calvino di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dai a una tua domanda. Secondo questo principio, parafrasando il suo testo tratto da “le città invisibili”, leggiamo Pompei, con i suoi occhi.

Non c’è città più di Pompei propesa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli occupanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra. I cadaveri, estratti dalle ceneri ed esposti in modo che ne resti lo scheletro rivestito di gesso, vengono portati negli scavi a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono i momenti spensierati ad avere la preferenza: i più di loro vengono deposti in teche di vetro, o atteggiati in posizioni di dolore o rannicchiati e piegati in avanti. Un uomo, una donna caduta sul fianco destro, una fanciulla caduta bocconi con il capo sul braccio sinistro, una donna caduta sul fianco sinistro e con il volto coperto, definita “donna incinta” per l’addome gonfio. Nel vicolo il calco di un bambino, caduto bocconi sul fianco sinistro. Ad esso si aggiungono i calchi di due uomini e una donna rinvenuti presso Porta Stabiana e poi quelli di altri tre uomini ed una donna rinvenuti l’anno successivo. Si realizzano altri calchi, tra cui quello di un uomo rannicchiato e piegato in avanti, con addosso un mantello, rinvenuto nella grande palestra. Poi la scoperta del più famoso gruppo di vittime, tredici individui dell’Orto dei Fuggiaschi, i cui calchi furono esposti in un angolo del vigneto dove avevano trovato la morte. Più tardi l’esecuzione di quindici calchi di corpi che presso Porta di Nola non trovarono la salvezza.

Ma pure tutti i commerci e i mestieri di Pompei dei vivi sono all’opera sottoterra, o almeno quelli cui i vivi hanno adempiuto con più soddisfazione che fastidio: l’orefice, in mezzo a tutti i gioielli, vi erano i panettieri, i lavandai, gli osti nelle taverne e gli schiavi nelle officine tessili e conciarie. Alcuni commercianti erano ambulanti o proprietari di una bottega come i fruttivendoli. Poi c’erano i fabbri, i barbieri, i falegnami, i gli scalpellini, i mosaicisti, i pittori, i facchini, i vignaioli e i carrettieri.

Certo molti sono i vivi che domandano per dopo morti un destino diverso da quello che già toccò loro: la necropoli è affollata di matrone, merenici, soldati, marinai, banchieri e panettieri, più di quanti mai ne contò la città vivente.

L’incombenza di accompagnare i morti e sistemarli al posto voluto è affidata a scopritori e allestitori. Nessun altro ha accesso alla Pompei dei morti e tutto quello che si sa di laggiù si sa di loro.

Dicono che gli stessi allestitori esistono tra i morti e che non manca di dar loro una mano; gli incaricati dopo morti continueranno nello stesso ufficio anche nell’altra Pompei; lasciano credere che alcuni di loro siano già morti e continuino ad andare su e giù. Certo, l’autorità di questa congregazione su Pompei dei vivi è molto estesa.

Dicono che ogni volta che scendono trovano qualcosa di cambiato nella Pompei di sotto; i morti apportano innovazioni allo loro città; non molte, ma certo frutto di riflessione ponderata, non di capricci passeggeri. Da un anno all’altro, dicono, Pompei dei morti non si riconosce. E i vivi, per non essere da meno, tutto quello che gli scopritori raccontano delle novità dei morti, vogliono fare anche loro. Così la Pompei dei vivi ha preso a copiare la sua copia sotterranea. Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a costruire la Pompei di sopra a somiglianza della loro città. Dicono che nelle due città gemelle non ci sia modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti.